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Automatic Lion - First reconstruction
Leonardo da Vinci (1515)

Leonardo costruì un leone meccanico semovente che fu presentato in segno di omaggio al nuovo re di Francia Francesco I, in occasione del suo solenne ingresso a Lione nel 1515. Un documento a stampa segnalato in una lettera di Iacopo Morelli a Giuseppe Bossi nel 1807 e passato inosservato per oltre un secolo (ad eccezione di un accenno da parte di Giovanni Galbiati nel 1920), consente di far luce sull’occasione della committenza. Si tratta della descrizione fatta da Michelangelo Buonarroti il Giovane di un banchetto per le nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV, pubblicato a Firenze nel 1600, dove si ricorda il momento in cui ai convitati apparve un fiero leone che “prendendo moto, e sollevandosi in due, aprirsi il seno si vide, e pieno di gigli mostrarlo”1. Il Buonarroti si prendeva cura di precisare che si trattava di: “concetto simile a quello, il quale Lionardo da Vinci nella Città di Lione nella venuta del Re Francesco, mise in opera per la nazion’ fiorentina”.
Il Buonarroti, scrivendo “per la nazion fiorentina”, intende dire che il committente di Leonardo era il
governatore di Firenze, Lorenzo di Piero de’ Medici, nipote di papa Leone X e di Giuliano de’ Medici, fratello del papa.
Il 9 gennaio 1515, giorno della morte di Luigi XII, Giuliano partiva da Roma, come ricorda lo stesso

Fig. 1. Il leone meccanico di Maillard, 1733

Leonardo, suo ospite in Vaticano, per andare a sposare Filiberta di Savoia, zia del futuro re Francesco I. Era il primo atto della politica di avvicinamento del papa mediceo alla Francia, che avrebbe portato all’incontro fra il papa e Francesco I a Bologna nel dicembre dello stesso anno. Nel luglio del 1515, il nuovo re faceva il proprio ingresso trionfale a Lione, calorosamente accolto in particolare dalla cospicua comunità fiorentina di banchieri e mercanti. Si spiega così l’intervento del governatore di Firenze, Lorenzo di Piero de’ Medici, che era patrono della comunità fiorentina a Lione, e per il quale Leonardo, proprio nel 1515, stava progettando un grandioso palazzo a Firenze, di fronte a quello di Cosimo il Vecchio, oggi Palazzo Medici-Riccardi.
Il capolavoro tecnologico di Leonardo fu concepito e realizzato a Firenze e successivamente spedito a Lione.

Nessun accenno allo straordinario evento si è conservato, tuttavia, nei manoscritti di Leonardo che ci sono pervenuti. Le approfondite ricerche da me condotte presso l’Archivio Municipale di Lione non consentono, peraltro, di stabilire se l’automa fu presentato in occasione del primo ingresso del re a Lione, il 12 luglio 1515, più avanti nello stesso anno, sempre a Lione o a Bologna, oppure nel 1517, nel contesto della entrata solenne a Lione della moglie di Francesco I, Claudia di Francia. Secondo documenti pubblicati dal Solmi nel 1942, un leone meccanico, probabilmente lo stesso di Leonardo, apparve di nuovo il 30 settembre 1517 in occasione dell’ingresso di Francesco I ad Argentan, e ancora ad Amboise nel 1518. La designazione di “meschanicien d’estat”, meccanico del re, nell’atto d’inumazione di Leonardo del 12 agosto 1519 è certamente

Manovella per l’apertura degli sportelli Eccentrico per il movimento della bocca Canna per il movimento della testa Scappamento per il controllo della velocità del meccanismo Camera per il movimento della coda Settori dentari sfalsati per azionare i tre meccanismi Molla (il motore) un riconoscimento anche alla sua ultima meraviglia tecnologica in onore della Francia. Sul leone meccanico di Leonardo si hanno altre testimonianze storiche che però non precisano l’occasione per la quale fu costruito. A parte la curiosa menzione del Vasari3, il Lomazzo riporta nel 1584 quanto gli aveva riferito Francesco Melzi, l’allievo che avrebbe seguito Leonardo in Francia: “una volta dinanzi a Francesco primo re di Francia fece camminare da sua posta in una sala, un Leone, fatto con mirabile artificio, e da poi fermare aprendosi il petto, tutto ripieno di gigli e diversi fiori”4. E lo stesso Lomazzo ricorda ancora (1590), fra le virtuosità tecnologiche di Leonardo, “il modo di far andare i Leoni per forza di ruote”5, cioè con un sistema di ingranaggi.
Questa, che qui presento, è la prima ricostruzione congetturale del leone vinciano. Essa si basa sullo studio dei meccanismi di antichi automi francesi, nei quali si può supporre che sia stata registrata la memoria del celeberrimo automa di Leonardo, la cui fortuna si può seguire nella realizzazione in Francia di macchine semoventi fino alla fine del Settecento.

Fig. 2. Ricostruzione del leone meccanico.

Leone semovente

Fig. 3. Modello funzionante del leone in carapesta, legno e ferro.

In particolare la nostra attenzione si è concentrata sul meccanismo del cavallo di Maillard del 1733 (Fig. 1). Tutti gli ingranaggi impiegati in quella realizzazione erano conosciuti benissimo già alla fine del 1400 e molti di essi si trovano disegnati nei manoscritti di Leonardo (Fig. 2).

Negli ultimi tre mesi del 1513 Leonardo era a Firenze dove, dietro il Palazzo della Signoria, si trovava il serraglio dei leoni. Per questo la strada da Piazza San Firenze alle Logge del Grano si chiama ancora oggi via dei Leoni. In un foglio del periodo francese nel Codice Atlantico, il 249 r-a [673 r], accanto a una piccola planimetria, si legge: “stanza dei leoni di Firenze”. È dunque a Firenze che con ogni probabilità Leonardo ha potuto studiare da vicino i movimenti del leone per emularli meccanicamente in maniera efficace (Fig. 3).
È possibile ricostruire precisamente il tragitto della processione di Francesco I a Lione, culminato con la presentazione a sorpresa del leone meccanico.
All’estremità nord si trova la Porta del Vaso, quella che si apre al corteo reale che arriva da nord. Su di essa è scolpito un leone araldico, e per questo a volte la si trova indicata come Porta del Leone. Sul frontone reca il motto dell’inizio del 1500 “un Dio, un re, una fede, una legge”. Le armi della Francia su questa porta furono dipinte nel 1490 da Jean Perreal, il celebre pittore noto anche per i suoi rapporti con Leonardo.

Fig. 4. Mappa di Lione con il percorso del corteo regale.

Mentre Nicolas Leclerc avrebbe scolpito, intorno allo scudo, tre angeli e un leone (Archives Municipales de Lyon, cote BB 19 e BB 20). Il corteo reale procedé lungo una delle due vie principali che attraversano la città da nord a sud6 (Fig. 4). La prima strada si sviluppa sulla riva destra della Saòne, lungo Bourgneuf, tra la collina e il fiume, per poi attraversare i quartieri più ampi di Saint-Paul e di Saint-Jean; il corteo poi si riunisce in rue Mercière, prosegue per rue Confort, e superata la piazza Saint-Nizier e rue Grenette punta verso il vicino centro, grazie al ponte sul Rodano, ove il corteo reale si ferma nella seconda strada principale, l’attuale Cours Lafayette. Il corteo era aperto dal re con la regina Claudia, il Connestabile, Renato di Francia, e il maresciallo Trivulzio, preceduti da una lunga processione di vescovi, abati mitrati, il siniscalco, i dodici consiglieri di Lione, il procuratore, i notabili e infine i borghesi, tra cui i mercanti fiorentini vestiti di cremisi con doni di valore per il re, fra cui probabilmente il leone meccanico leonardesco.
L’orefice Jehan Lèpere realizzò il leone d’oro offerto nel 1515 a Francesco I e le coppe d’oro donate alla regina Claudia e alla regina reggente (Archives Municipales de Lyon, cote BB, 35-cc. 638-663g). Il leone aureo era seduto e teneva tra le zampe lo scudo della città di Lione.
Sembra che Jean Perreal (Fig. 5), pittore ufficiale di corte, abbia giocato un ruolo marginale nell’ingresso solenne di Francesco I. Solo un anno più tardi, tuttavia, il 30 ottobre del 1516, il comitato eletto per organizzare l’ingresso della regina, composto da molti fiorentini e chiamato Consolato, lo incarica della decorazione e dell’allestimento scenografico per l’entrata solenne della regina Claudia, il 2 marzo 1517, attraverso il ponte sul Rodano.
Gravi difficoltà finanziarie resero arduo il compito della città di Lione di preparare un ingresso di adeguata solennità per Francesco I nel 1515. La volontà di conservare i privilegi assegnati alla città da Carlo VIII, indussero tuttavia la comunità lionese a compiere uno sforzo straordinario. Le decorazioni furono affidate a Jean Yvonnet e Jean Richier. Si trattava di sette decori grandi e di otto piccoli, mentre ben cinquanta attori vennero impegnati nella processione. Tra gli artisti che parteciparono all’ingresso, vi fu anche Guillaume Le Roy, probabile autore delle miniature del manoscritto L’entrèe de Francois I, Roy de France, en la citè de Lyon le 12 julliet 1515. Il manoscritto, conservato nella Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel7, e mancante di alcune pagine, ha miniature che illustrano i momenti più salienti dell’entrata del re. Non vi si trova purtroppo l’immagine del leone di Leonardo.
Il leone semovente con le sue complesse evoluzioni (Fig. 6) (camminava, si sedeva sulle zampe posteriori, apriva il petto facendo fuoriuscire i gigli) destò grande impressione sui contemporanei. Il ruolo della colonia fiorentina nell’organizzazione dei festeggiamenti per Francesco I spiega la scelta del leone, in quanto esplicito riferimento alla madre patria: il leone – il Marzocco – è infatti il simbolo di Firenze, reso celebre dalla scultura di Donatello. Neppure la scelta dei gigli era casuale, trattandosi del fiore che orna sia lo stemma di Francia, sia quello di Firenze. L’impegno della colonia fiorentina nei festeggiamenti per Francesco I aveva anche un preciso significato politico. Era un omaggio al potente monarca col quale il papa mediceo, Leone X, puntava ad allearsi. Non è dunque un caso che la celebrazione lionese si collochi – come già ricordato – tra il matrimonio del fratello del papa, Giuliano de’ Medici, con la zia del re, all’inizio del 1515, e l’incontro del papa con Francesco I a Bologna alla fine dello stesso anno.
Probabilmente, nel momento in cui venne azionato il leone semovente dinanzi al re, fu recitata una poesia per l’occasione, sul genere di quella che si trova riportata:

Forte fu la saggezza,
per mettere su un Rampante
giacché amore che lo circonda
l’aveva scelto a parte,
tratto nell’età più conveniente
che poteva avere tra cento.
(Fort fut la sagesse / Pour percer ung rampart /
Car amour qui la gesse / L’avoit choysie à part, /
Traict a l’age plus décent / Avoit entre cent.) 8

Oltre alla sua natura di Wunderkammer, il leone inventato da Leonardo è importante nella storia della scienza per due motivi: il meccanismo a contrappeso dell’automa, e il suo “scappamento”, le due invenzioni necessarie per poterlo fare funzionare. Entrambi i dispositivi sono disegnati nei codici di Leonardo (Figg. 7 e 8): potevano essere stati da lui impiegati per realizzare il suo leone, così come io ipotizzo nella mia ricostruzione.

Fig. 5. Jean Perreal, miniatura del Petit Livre d’Amour di Pierre Sala

Queste soluzioni tecniche suggeriscono di predatare e attribuire a Leonardo l’invenzione dell’orologio a pendolo, il quale per funzionare necessita del suo scappamento e del contrappeso, e di sottolineare il decisivo contributo di Leonardo. L’invenzione dell’orologio a pendolo viene tradizionalmente attribuita a Christian Huygens, che l’avrebbe messo a punto nel 1673 (Fig. 9).
Bisogna tuttavia riconoscere che non abbiamo disegni di Leonardo che mostrino l’uso accoppiato di un meccanismo a contrappesi e di uno scappamento finalizzati alla realizzazione di un orologio a pendolo.
D’altra parte anche per la nostra ricostruzione del leone abbiamo utilizzato separatamente (in due differenti ordini di sistemi) lo scappamento e l’idea del contrappeso.
Il Padre Boffito, in Gli strumenti della scienza, o la scienza degli strumenti, è stato tra i primi ad attribuire a Leonardo meriti rilevanti nel perfezionamento degli orologi meccanici:

Una divisione del tempo, a parere di Leonardo, più conveniente ed una misura più esatta che non permettessero gli orologi a polvere, ad acqua ed a ruote allora in uso, furono assiduo scopo delle sue ricerche: egli ben s’avvide che se i vecchi metodi di scappamento valevano a moderare quegli oggetti,
cosicché non si scaricassero con soverchia sollecitudine, non li regolavano; insegnò come potessero evitarsi le scosse ed applicò il bilanciere; anzi per un momento, come ne fanno fede alcuni schizzi del Codice Atlantico, ebbe la felicissima intuizione di giovarsi del pendolo; e poiché altrove ritorna su
certe relazioni tra questo e gli orologi, non devesi escludere del tutto che, sotto qualche forma, egli siasi spinto più in là.

Recentemente, nel gennaio 2006, Jill Burke ha pubblicato un articolo nel quale esamina un documento da lui ritrovato alla Biblioteca Nazionale di Firenze su di un leone meccanico che Leonardo realizzò nel 1509 per l’ingresso del re Luigi XII a Milano. Ecco il testo del documento (Fondo Principale II.IV.171):

In sulentrata del Re in milano, oltre ad altre ghale,
Lionardo da Vinci, pictor famoso e nostro fiorentino
excogitò una tale intromesse. Figurò un lione,
sopra la porta, el quale giacendo, alle venute del re
si levò in pie: e colla brancha s’appersi il pecto e di
quello trasse palle azzurre piene di gigli d’oro; quali
gittò e seminò per terra. Dipoi si trasse il cuore e
premendolo n’uscire mediamente gigli d’oro. A dimostratione
come marzoccho dei fiorentini figurato
per tale animale haveano piene le viscere di gigli:
fermòssi oltre ad tale spectacolo piaqueli e molto
se ne allegrò.

Questo è scritto su una strisciolina di carta inserita fra i fogli 16 e 17 nel quinto e ultimo volume della Historia fiorentina di Piero Parenti, storico e cronista fiorentino del primo ‘500.

Fig. 6. Treno dei movimenti della camminata

Questa sembra la descrizione di un altro leone inventato precedentemente da Leonardo, che non camminava, ed era probabilmente dotato di un meccanismo più semplice. Dalla posizione a quattro zampe il leone si elevava sulle due posteriori, grazie ad un’asta a cilindro che si alzava dal livello del piano, spostando in alto la parte anteriore del corpo. Un meccanismo simile è illustrato dalla figura successiva di un automa del 1600 conservato in un museo inglese (Fig. 10).
Quando il re entrò a Milano, dopo la vittoria di Agnadello, tutta la città si riempì di speranze e di entusiasmo. Luigi XII fece il suo ingresso il 1° luglio del 1509. Oltre al leone, la città gli offrì ricostruzioni pittoriche della vittoriosa impresa bellica sui veneziani, nemici dei milanesi. Giustamente Carlo Perdetti fa notare come in quei mesi Leonardo fosse a Milano, e lo stesso storico fiorentino Parenti aggiunge alcune straordinarie precisazioni sul ruolo di Leonardo come regista dell’ingresso trionfale del re. Storie dipinte, palazzi e vie apparecchiate a festa, con il determinante contributo di Leonardo, come già aveva suggerito l’Oltrocchi alla fine del ‘800, dalla insistenza sulla straordinaria qualità delle storie descritte dal testo latino di Bernardino Arluno, nella Storia de Bello Veneto.

Fig. 7. Leonardo da Vinci, Codice Atlantico, f. 388 v-a (1077 r)
(particolare). Schema di orologio a contrappeso.

Erecti quippe triumphales arcus recolendum maiestate sua Ludovicum, rerumque magnificentia gestarum admirabilem, dum sese Jovis in arcem ex delubro Virginali recipit triviis compitisque progressum excipiebant: ibi totius belli series disposta, effigiataeque levibus penicillis imagines intervivebant: digesta membratim per tabulas forosque con glutinati belli materia discernebatur: reflorescebant vegeti spiritus redivivaque Ludovico ferocitas insolescebat, cum sese tanto apparatu totque legionibus oppositum hosti terra marique potentissimo pictura planiore relegeret: […] Suos inibi Proceres de re bellica disserentes omnemque suscepti finiendique belli rationem diligentius explicantes admirabatur: se quoque medium inter eos sedentem exigentemque de re dubia singolorum opinionem […]. Incredibili voluptate spectabat: nec procul insertis pontis compage fluminisque traiectu restrictos hostes attonitosque proruentium impetu Gallorum conspicabantur horrentem Livianum immitique picturae vultu praeferocem cunctatorem Petilianum, prudentesque togatos inter bellatores ducturesque fortissimos agentes cernebat […]. Ludovico vero consiliis eorum insultabundus adversabatur, in ipsaque picturati staminis lecitone cuneis omnibus impulsis suaque ad mota acie diffusam hostilem militiam imprimebat, scindebat, sternebat: artificum praedoctae manus tantoque opere exaequando laboriosae suspensas miris modis lineas inducebant, conflectebant, dirrigebant: tum vivis coloribus et spirante fuco diversarum formarum imagines speciesque rerum mollissimas in ipsos motus palpitantibus venis ac membris connitentibus animabant; crederes equos tinnire, plangere solum, sanguinem fluere; praecipites hinc Gallos, ruentes illinc venetos, distentis telis, excitisque viribus concorrere, permisceri, confligere: adeo exacta omnia, suisque finibus terminata, insuflato coloribus spiritu fervens pictura vegetabat […]. At in ipsa spetaculorum serie praeculto pollice digesta omnia viventibusque lineis effigiata multo lumine corruscabant longo esamine spaciosisque marginibus illustria viri facinora censebantur et cum admiranda omnia spectatores olim audissent nunc omnia cominus admirabiliora cernebant, atque cum singula magni Ducis acta prospicerent, tantoque sudore, ac sanguine madido set irrorantes artus intuerentur captivum protinus et ad pedes Regis stantem Livianum suspiciebant […] exinde profugi milites confusaeque omnium bellatorum turmae tanti viri captura, tantoque abisso Duce ex ipsis picturae claustris amentes alienique protinus erumpebant […]. Harum tali erat rerum species talique adumbratae artificis ministerio figurae colribus infusis viventes agebant: allectabat animos voluptate titillantes miraculorum speciosa lectio. Sed inter omnes Rex ipse magno singulis spectaculorum intersticiis affectu distinebatur: tum vero laetitiis omnibus incessit extimuitque pleno dilatatus impetu, cum ad ipsam Jovis arcem deventum est. Ibi caelo moles educta stabat, arcuque conflexa triplici fornicabatur: bipartenti capacissimoque Regem adita gratanter excipiens universus terrarum orbis axe commuto tremefactisque cardinibus adventanti Ludovico patebat, imperantique praecelso troni sui fastigio parere reverenter acclinarique cuncta videbantur. […] Haec variis impressa praescriptaque figuris Ludovicus seriatim perlegens, omnemque summa cum voluptate picturam ex alto perlustrans flaccidi set inanibus oculos nutrimenti pascebat.

Fig. 8. Leonardo da Vinci, Codice Madrid I, Alle pagine seguenti

Ecco la traduzione in italiano:
In verità gli archi trionfali che erano stati eretti accoglievano Ludovico, uomo da onorare per la sua maestà e ammirevole per la magnificenza delle imprese compiute, che avanzava attraverso trivi e crocicchi mentre si dirige dal tempio della Vergine alla rocca di Giove: qui prendeva vita la sequenza ben ordinata degli episodi di tutta quanta la guerra, e le immagini rappresentate con fini pennelli: trattato pezzo dopo pezzo, attraverso le tavole e le celle era diviso l’argomento della guerra racchiusa nel suo insieme: rifiorivano i vigorosi spiriti e insuperbiva in Ludovico la rediviva fierezza rivedendo in una rappresentazione assai chiara se stesso opposto con tanto grande apparato e tante legioni al nemico potentissimo per terra e per mare: [...] sempre lì ammirava i suoi nobili che discutevano di questioni belliche e che con grande diligenza esponevano tutti i motivi per iniziare o cessare la guerra [...] e guardava con incredibile piacere anche se stesso che sedeva in mezzo a loro e su una questione dubbia richiedeva l’opinione di ognuno [...]; e non lontano osservavano i nemici oppressi dalla struttura del ponte inserito e dalla traversata del fiume, e attoniti per l’assalto dei Galli che si scagliavano contro, l’agghiacciato Liviano e il circospetto Petiliano fierissimo nell’espressione del dipinto, e scorgeva i prudenti uomini di legge che operavano tra guerrieri e valorosissimi comandanti [...] Ludovico invero insolente si opponeva alle loro decisioni, e nella lettura stessa della fibra dipinta dopo aver spinto in avanti tutti i cunei.

Fig. 9. L’orologio a pendolo di Huygens, 1673


[scil. disposizione di battaglia a forma di cuneo] e aver messo in movimento la sua schiera schiacciava, divideva e prostrava l’estesa milizia dei nemici; le mani degli artisti assai esperte e laboriose nell’eguagliare un’opera tanto grande tracciavano, incurvavano, stendevano linee leggere; allora con colori vivi e col soffio vitale della tintura animavano le immagini delle diverse figure e le aggraziatissime rappresentazioni delle cose con le vene palpitanti e le membra sotto sforzo in vista dei movimenti stessi; avresti creduto che i cavalli nitrissero, che il suolo piangesse, il sangue scorresse; da un lato i Galli a capofitto, dall’altro i Veneti stramazzanti, le armi scagliate, gli uomini eccitati correre, mescolarsi, combattere; a tal punto, fervente dello spirito vitale infuso dai colori, la pittura animava tutte le cose, che erano complete e ben fissate entro i propri confini […]. Ma nella sequenza stessa delle rappresentazioni tutte le cose, ripartite dalle dita raffinatissime e raffigurate con linee che sembravano vive, brillavano per la molta luce: le illustri imprese dell’uomo erano computate dalla lunga schiera e dagli ampi margini, e mentre un tempo gli spettatori avevano udito con le orecchie tutte le cose ammirevoli, ora loro vedevano da vicino cose tutte ancora più ammirevoli, e osservando i singoli atti del grande comandante, e scorgendo le membra madide e bagnate di così tanto sudore e sangue, ammiravano da vicino Liviano fatto prigioniero e fermo ai piedi del re […] e dopo di ciò soldati in fuga e le torme di tutti i guerrieri allo sbaraglio a causa della cattura di così grande uomo. E avendo perso un comandante così grande, subito dopo si scagliavano fuori dalla prigionia stessa della pittura, fuori di sé e alienati […]. L’aspetto di queste cose era tale, e le figure, tracciate da tale esecuzione dell’artista, grazie all’infusione dei colori si comportavano come fossero vive; la magnifica lettura affascinava gli animi che si dilettavano col piacere delle meraviglie. Ma fra tutti il re stesso era trattenuto con grande commozione da ciascun intervallo delle rappresentazioni; in verità si levò da ogni letizia ed ebbe paura allargato da un pesante impeto quando pervenne alla rocca stessa di Giove. Lì se ne stava la mole condotta giù dal cielo, e fornicava piegata in arco triplice; tutto quanto il mondo accogliendo con gioia il re, dopo che si era smosso lo spaziosissimo asse a due battenti e si erano scossi i cardini, si apriva al sopraggiungere di Ludovico, e tutte le cose sembravano obbedire con reverenza e inchinarsi all’imperatore, altissimo per il fastigio del suo trono […] Ludovico esaminando in sequenza queste cose impresse e delineate in varie figure e guardando dall’alto con attenzione ogni pittura nutriva con grande piacere gli occhi con alimenti languidi e incorporei.

Fig. 10. Leone meccanico che si eleva, scudo snodabile, XVII secolo.Note al testo

Note al testo

1 Michelangelo Buonarroti il Giovane, Descrizione delle felicissime nozze Della cristianissima Maestà di Madama Maria Medici Regina di Francia e di Navarra, Firenze, Giorgio Marescotti, 1600, p. 10.

2 E. Solmi, Documenti inediti sulla dimora di Leonardo da Vinci in Francia nel 1517 e 1518, in Atti del R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, 1904-1905, parte II. E ancora, Firenze, La Voce, 1924.

3 G. Vasari, LeVite de’ più eccellenti Pittori, Scultori e Architetti, Firenze, Giunta, 1568: “onde pregato Leonardo di far qualche cosa bizzarra, fece un lione, che caminò parecchi passi, poi s’aperse il petto e mostrò tutto pien di gigli”.

4 G.P. Lomazzo, Trattato dell’Arte della Pittura, Scultura et Architettura… diviso in sette libri, Milano, Gottardo dal Ponte, 1584.

5 Id., Idea del Tempio della Pittura, 1590.

6 Le due vie principali che attraversano la città sono già evidenti nella carta di Lione del 1547, conservata all’Archivio Municipale di Lione, e sono molto più antiche.

7 Ms. 86.4 extravagantium, Biblioteque Ducale de Wolfenbuttel.

8 G. Guigue, L’Entree de Francois Premier… en la cité de Lyon, Lyon, 1899.

9 J. Burke, Meaning and Crisis in the Early Sixteenth Century: Interpreting Leonardo’s Lion, in «Oxford Art Journal», 29 gennaio 2006, pp. 77-91.

10 S. Ritter, Baldassarre Oltrocchi e le sue memorie storiche su la vita di Leonardo da Vinci, Roma, Loescher, 1925, pp. 33

 

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